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«Cari figli! Io vi chiamo perché ho bisogno di voi. Ho bisogno di cuori pronti ad un amore immenso. Di cuori non appesantiti dalla vanità. Di cuori che sono pronti ad amare come ha amato mio Figlio, che sono pronti a sacrificarsi come si è sacrificato mio Figlio. Ho bisogno di voi. Per poter venire con me, perdonate voi stessi, perdonate gli altri e adorate mio Figlio. Adoratelo anche per coloro che non l’hanno conosciuto, che non lo amano. Per questo ho bisogno di voi, per questo vi chiamo. Vi ringrazio.»

[fonte: http://atempodiblog.unblog.fr]

Fate che chiunque venga a voi se ne vada

sentendosi meglio e più felice.

Tutti devono vedere la bontà del vostro viso,

nei vostri occhi, nel vostro sorriso.

La gioia traspare dagli occhi,

si manifesta quando parliamo e camminiamo.

Non può essere racchiusa dentro di noi. Trabocca.

La gioia è molto contagiosa.

 

Madre teresa di Calcutta

[Fonte: http://www.angelisullapelle.com]

L’itagliano

Mi puoi disinnescare la segreteria telefonica? (Ordigni moderni…)

Soffro di vene vorticose. (Sarà un ballerino…)

Di fronte a queste cose rimango putrefatto! (Che schifo!)

In farmacia: Puoi darmi un ‘una tantum’? (forse si chiama ‘Tantum Verde’?)

Quando muoio mi faccio cromare. (Valido!)

Arriva il treno, hai blaterato il biglietto? (…..)

Come faccio a fare tutte queste cose simultaneamente? Dovrei avere il dono dell’obliquità! (la torre di Pisa???)

Un’onda anonima ha travolto i surfisti. (e nessuno la sa riconoscere???)

Almeno l’italiano…sallo! (Eh…)

Basta! Vi state coagulando contro di me! (Trasfusione?)

E’ nel mio carattere: quando qualcosa non va, io sodomizzo! (Stategli lontano!)

Anche l’occhio va dalla sua parte… (Si chiama strabismo…)

Non so a che santo riavvolgermi. (Una videocassetta devota….)

Avete i nuovi telefonini GPL? (No, mi spiacciono solo a benzina!!!)

Il cadavere presentava evidenti segni di decesso. (Ma va?! Stranissimo!)

Prima di operarmi mi fanno un’ autopsia generale. (Auguri!)

Abbiamo mangiato la trota salmonellata. (Ancora auguri!)

Vorrei un pacco di cotone idraulico. (Ha una perdita???)

Vorrei un’aspirina in supposte effervescenti. (Quando si dice faccia da cu*o…)

Vorrei una maglia con il collo a volpino. (Ma non era a lupetto?….)

Devo andare dall’otorinolalinguaiatra. (che dire…)

Ho visitato palazzo degli infissi a Firenze. (… si ci sono infissi alle finestre e allora??)

Vorrei una pomata per l ‘Irpef. (Herpes è difficile…)

Se lo sapevo glielo divo! (Ovvio…)

Usare il DDT fa diventare più grande il buco nell’Orzoro. (Addio colazione)

Tu non sei proprio uno sterco di santo. (Meno male…)

Tu l’hai letto il fu Mattia Bazar? (autrice Antonella Ruggero???)

E’ andato a lavorare negli evirati arabi. (Contento lui…)

Lo scontro ha causato 5 feriti e 10 confusi. (Uno dei confusi sei tu??)

A forza di andare di corpo mi sono quasi disintegrata. (O disidratata??? Alla faccia della diarrea!!!)

Mia nonna ha il morbo di Pakistan. (…)

La mia auto ha la marmitta paralitica. (… e al posto dei cavalli ha le sedie a rotelle??)

Verrà in ufficio una stragista per il tirocinio. (Si salvi chi può!)

Sono momentaneamente in stand-bike. (L’attesa in bicicletta….)

Che lingua si parla in Turchia? Il turchese. (… è logico)

Davanti alla sua prepotenza resto illibato. (… sì…)

Scendi il cane che lo piscio. (… guinzagliato però!!!!)

C’è una peluria di operai. (Che schifo!!)

E’ inutile piangere sul latte macchiato. (Meglio farlo su un bel cappuccino…)

Sono sempre io il cappio espiatorio (L’ impiccato)

Signora, vorrei 100 grammi di prosciutto senza polistirolo. (… che faccio un po’ fatica a digerirlo…)

Mi sono fatta il Leasing al viso. (… pensavo un mutuo…)

 

[Fonte: http://lentiggini.wordpress.com]

Il regalo

Tobia era un bambino di quarta elementare silenzioso e sereno. Viveva con i genitori e i fratelli in una modesta casetta ai margini del paese appollaiato su una collina costellata di ulivi a qualche chilometro dal mare.

Il giorno della chiusura della scuola prima delle vacanze estive, tutti i bambini della quarta elementare fecero a gara per portare un regalo alla maestra, che si chiamava Marisa ed era gentile e simpatica.

Sulla cattedra si ammucchiarono pacchetti colorati. La maestra ne notò subito uno piccolo piccolo, con un bigliettino vergato dalla calligrafia chiara e ordinata di Tobia: “Alla mia maestra”.

Marisa ringraziò i bambini, uno alla volta.

Quando venne il turno di Tobia, aprì il pacchettino e vide che contenva una piccola magnifica conchiglia, la più bella che la maestra avesse mai visto: era tutta un ricamo pieno di fantasia foderato di madreperla iridescente.

“Dove hai preso questa conchiglia, Tobia?” chiese la maestra.

“Giù alla Scogliera Grande” risposte il bambino.

La Scogliera Grande era molto lontana e si poteva raggiungere solo tramite un sentierino scosceso. Era un cammino interminabile e tribolato, ma solo là si potevano trovare delle conchiglie speciali, come quella di Tobia.

“Grazie, Tobia. Terrò sempre con me questo bellissimo regalo che mi ricorderà la tua bontà. Ma dovevi proprio fare tutto quel lungo e difficile cammino per cercare un regalo per me?”.

Tobia sorrise: “Il cammino lungo e difficile fa parte del regalo”.

 

Non si regala un oggetto. Si regala un pezzo del proprio amore.

L’unico vero dono è un pezzo di sé.

 

di Bruno Ferrero – C’è ancora qualcuno che danza

 

[Fonte: http://atempodiblog.unblog.fr]

Lynda Carter

2008-08-02-Lynda_Carter

 

Qualcuno si chiederà cosa c’entri Wonder Woman. Niente.  Ho semplicemente voluto pubblicare una bella foto di una delle più belle donne del mondo. Con la sua bellezza stratosferica ha fatto innamorare milioni di ragazzi (mamma mia quanto mi piaceva!!!). Questo post vuole essere un omaggio alla sua bellezza. Ciao Lynda.

P.S. : Se passi da Reggio Emilia, vieni a trovarmi. Ciao.

Auguri a Max Biaggi

Oggi compie gli anni Max Biaggi, uno dei più grandi campioni di motociclismo di tutti i tempi.
Ancora oggi uno dei più forti al mondo. Augurissimi Max. Sei “Er mejo”.

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Tratto da:  La Vita è Tutto Ciò che Abbiamo

di Bruno Ferrero

 

“Mamma, guarda!” esclamò Marta, la bambina di sette anni.

“Già, già!” mormorò nervosamente la donna mentre guidava e pensava alle tante cose che l’attendevano a casa.

Poi seguirono la cena, la televisione, il bagnetto, varie telefonate e arrivò anche l’ora di andare a dormire.

“Forza Marta, è ora di andare a letto!”. E lei si avviò di corsa su per le scale. Stanca morta, la mamma le diede un bacio, recitò le preghiere con lei e le aggiustò le coperte.

“Mamma, ho dimenticato di darti una cosa!”.

“Me la darai domattina” rispose la mamma, ma lei scosse la testa.

“Ma poi domattina non avrai tempo!” esclamò Marta.

“Lo troverò, non preoccuparti!” disse la mamma, un po’ sulla difensiva. “Buona notte!” aggiunse e chiuse la porta con decisione. Però non riusciva a togliersi dalla mente gli occhioni delusi di Marta.

Tornò nella stanza della bambina, cercando di non fare rumore. Riuscì a vedere che stringeva in una mano dei pezzetti di carta.

Si avvicinò e piano piano aprì la manina di Marta. La bambina aveva stracciato in mille pezzi un grande cuore rosso con una poesia scritta da lei che si intitolava “Perché voglio bene alla mia mamma”. Facendo molta attenzione recuperò tutti i pezzetti e cercò di ricostruire il foglio.

Una volta ricostruito il puzzle riuscì a leggere quello che aveva scritto Marta: “Perché voglio bene alla mia mamma. Anche se lavori tanto e hai mille cose da fare trovi sempre un po’ di tempo per giocare. Ti voglio bene mamma perché sono la parte più importante del giorno per te”.

Quelle parole le volarono dritto al cuore. Dieci minuti più tardi tornò nella camera della bambina portando un vassoio con due tazze di cioccolata e due fette di torta. Accarezzò teneramente il volto paffuto di Marta.

“Cos’è successo?” chiese la bambina, confusa da quella visita notturna.

“E’ per te, perché tu sei la parte più importante della mia giornata!”.

La bambina sorrise, bevve metà della cioccolata e si riaddormentò.

Chi è la parte più importante della tua giornata?

 

[Fonte: http://www.magicaluna.com]

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere un articolo di Marco Missiroli apparso sul sito  www.avvenire.it in cui parla con tenerezza e in punta di piedi di quelle prigioni che ci costruiamo da soli. Lo riporto.

Ho promesso a Sandra che non avrei rivelato chi è davvero, quindi questo è un nome inventato. L’ho incontrata a una cena organizzata vicino a Brescia, da un gruppo di lettori dei miei libri. Mi era seduta accanto ma non ho mai fatto domande sul perché non toccasse cibo. Il suo corpo scompariva tra i vestiti, le ossa appuntite si mangiavano il sorriso del suo bel viso e questo bastava. Mentre parlavamo, teneva fra le mani un mezzo grissino, lo sbriciolava tra le dita nervose, i frantumi cadevano su quel piatto bianco che dava dolore. E un po’ vergogna. Mi parlava di libri e di storie che le sono piaciute da morire, mi ha parlato per tutta la cena dei suoi sogni e dell’amore per il suo ragazzo, con cui si deve sposare l’anno prossimo. Mentre lo faceva io le guardavo quegli occhi, luccicavano un po’ e un po’ si spegnevano. Conosco quel dolore Sandra, non gliel’ho mai rivelato, nemmeno quando lei mi ha sussurrato «ho qualche problema con il cibo». Così la mia risposta è stata quella di chiederle ancora del suo fidanzato. Allora ho visto nel suo sguardo il luccichio vincere sulla paura, attaccati a quell’amore, Sandra. E lei mi ha detto che la sua forza stava tutta lì, ma lo stomaco e la testa non si lasciavano andare a quella forza, e ingannavano. Prima lei e poi gli altri. Mi ha detto che ogni volta che si avvicinava a una tavola le gambe tremavano per le bocche dei suoi familiari che si riempivano di giudizi e di aspettative. Vorrei tanto mangiare ma non ce la faccio, non ce la faccio, Marco. Sandra mi guardava con l’imbarazzo che non vinceva sulla voglia di raccontarsi: prendeva come esempio il personaggio del mio secondo libro, Poline, la zoppa imprigionata, che nessuno voleva anche se lei faceva di tutto per volere gli altri. Loro non la volevano perché era una zoppa, io non mi volevo perché ero troppo vincente, perché cadevo sempre in piedi. Alla fine, sussurra Sandra, sono caduta e non posso rialzarmi. Sono anche io in una prigione, e me la sono costruita da sola. Al termine della cena ho conosciuto il suo ragazzo, silenzioso e con lo sguardo vispo. Ci siamo stretti la mano, è stato in quel momento che ho pensato, tirala fuori di lì, tu puoi. Tirala fuori, tu puoi. Entra in quella prigione piano piano, senza farti sentire. Hai le chiavi più di chiunque altro. Valla a prendere, accompagnala senza fretta e togliti dalla bocca il “devi” e il “fallo”, prendila solo per mano e affiancala, poi guardatevi e camminate fuori. Un po’ alla volta, devi avere molta pazienza e non abbassare mai l’attenzione. Non perdere la tua forza, anche se lei si arrabbierà. Non perdere mai la tua voglia, anche se lei lo farà. Continua a credere in lei, anche se sembrerà all’improvviso che lei ha smesso di credere in te. Dovrai uscire da un prigione fatta di cunicoli, buia, e a volte lei, la tua Sandra, cercherà di portarti dalla parte sbagliata. Non avrai nessun filo rosso che ti accompagna se non una forza che sfugge all’immaginazione e che adesso sfiori solamente. Quando io e il ragazzo di Sandra ci siamo salutati, lui l’ha abbracciata. E prima di andare via se l’è stretta addosso, con le sue manone che facevano attenzione a non farle male. Così li ho visti, loro due, stavano già passando tra le sbarre di quella prigione, prima uno e poi l’altro, poi insieme. Allora mi sono voltato alla tavolata, al mio posto, il piatto sporco e in disordine, al posto di Sandra, il piatto lucido e coperto di briciole. E mi sono guardato le mani, un attimo, per un ricordo. Quando ho alzato la testa non rimaneva che una cella vuota. E delle sbarre piegate. Buon cammino, buon cammino Sandra.

Quanto je rode

Leggete questo gustosissimo articolo de “Il foglio” di ieri.

 

Sullo svenimento dei republicones dopo le carinerie di Obama al Cav.

Sono rimasti senza parole, tramortiti e addolorati, confortati soltanto dal fuso orario che perlomeno ha evitato la diretta in prime time televisivo a canali unificati. Ma come è possibile? No, non può essere possibile. Non è vero. Non può essere vero. “Great to see you, my friend”, con sottolineatura sul “my friend”, più doppia pacca sulle spalle. Di Obama a Berlusconi, non di Berlusconi a Obama. Mancava che gli facesse cucù. E poi quel continuo insistere sul grande “apprezzamento” per la “leadership” mostrata dal Cav. su questo e quel dossier internazionale.

Ma è impazzito? Gli ha pure chiesto consigli sulla Russia. A papi. E invece che le dieci domande dei segugi di Repubblica, gli ha rivolto tante belle parole e tanti ringraziamenti. Dice anche che sono amici e che i rapporti tra l’America e l’Italia sono migliorati. E poi quel devastante “il primo ministro Berlusconi mi piace personalmente” che decreta una volta per tutte la fine della triste pubblicistica italiota del “ci fa fare brutte figure all’estero”.

Ora immaginatevi le facce di Max D’Alema, quello che piaceva personalmente ad Hezbollah, o di Alexander Stille, o di uno qualsiasi di guardia nella caserma di largo Fochetti: una vita spesa a indignarsi per la cafonaggine del Cav., devastata dall’endorsement personale e politico del presidente super elegante e supercool che, come racconta chi ha partecipato all’incontro, ha capovolto i ruoli e ha fatto lui il Cav., mettendo a suo agio un serissimo Berlusconi.

Obama è un politico, non il garante dei lettori di Repubblica. Si occupa di cose serie, non di guardare dal buco della serratura chi si fa una doccia. Il Cav. gli ha fatto tre grandi favori, sul G20, sull’Afghanistan e su Guantanamo, cose su cui Francia, Germania e Gran Bretagna hanno invece storto il naso. Ed è per questo che è stato estremamente amichevole con il Cav. e freddino con gli altri tre (il mitologico Zapatero, invece, non se l’è ancora filato).

I custodi della nostra moralità si aspettavano invece che il superfigo Obama alzasse il sopracciglio e liquidasse il bauscia, come in un’Amaca di Michele Serra. Leggetevi l’articolo di ieri del magnifico Vittorio Zucconi. Capirete quanto je rode.

Un incontro

Talvolta un incontro

è una frazione di un istante,

un incrocio di sguardi,

uno sfioramento di dita,

una percezione di fragranza.

Talora un passo concesso,

un ringraziamento,

una pacca su una spalla.

E lì accade il miracolo.

Un incontro di anime,

che si trovano e si ritrovano

dopo avere vagato decenni

tra le nebbie

dell’estraneità a se stessi.

Ed è come

se ci si conoscesse da sempre.

Un giro di danza,

ed ognuno poi torna nel suo limbo,

con un pizzico di dolcezza nel cuore.

 

[Fonte: http://raccontiquotidiani.myblog.it]

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